Il Salento e l’aridocoltura. Riflessioni di un agronomo

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TERRAPer capire di cosa si intende per cambiamenti climatici dobbiamo pensare alla pioggia che se normalmente si distribuisce nell’arco di tutto l’anno e solo eccezionalmente per un periodo abbastanza lungo non piove, dobbiamo definire ciò con il nome di siccità.

Se invece la mancanza di precipitazioni atmosferiche si ripete negli anni non ci troviamo più di fronte ad un evento eccezionale ma possiamo certamente affermare che si tratta di un cambiamento climatico.

Proprio alla luce di questa definizione possiamo affermare con certezza che il clima sta cambiando anche alla luce delle conclusioni della ricerca del Prof. Lionello dell’Università del Salento che afferma: ”L’insieme delle osservazioni e delle simulazioni numeriche, suggerisce sia in atto una transizione verso un clima sostanzialmente più caldo e marginalmente più secco che continuerà nelle prossime decadi. È verosimile che diverse condizioni climatiche determinino delle criticità nella produzione agricola (nonché in altri settori economici e sull’ambiente).”

Questo cambiamento determina la necessità di un adattamento. L’agricoltura, può svolgere rispetto ai cambiamenti climatici molteplici ruoli nel campo della mitigazione.

Quindi le politiche possibili rispetto ai cambiamenti climatici che stanno andando verso la direzione di meno precipitazioni atmosferiche e verso la desertificazione, sono prevalentemente di adattamento, nel senso di adottare colture e tecniche di coltivazione in aridocoltura che consumano meno acqua. Le sinergie che possono attivarsi riguardano l’agricoltura che, com’è noto, interagisce con le risorse idriche e con le risorse energetiche.

Il clima per noi cambia e determina delle conseguenze che sono da ascriversi a un impoverimento delle risorse idriche e per far fronte a tale situazione vi è la necessità di un adattamento che sinteticamente è rappresentato dal ritorno all’aridocoltura.

Peraltro tale tecnica di coltivazione è familiare al Salento che dopo la Riforma Fondiaria e le grandi opere di adduzione delle acque dalla Basilicata ha potuto mettere in atto l’agricoltura irrigua.

La mitigazione invece riguarda quei processi che immettendo sostanze nell’ambiente contribuiscono a determinare i cambiamenti climatici. L’effetto serra è uno di queste conseguenze che l’agricoltura contribuisce a determinare specificamente con le emissioni del settore zootecnico. Inoltre l’agricoltura può determinare una mitigazione anche delle emissioni di CO2 con il sequestro della CO2 ad opera della forestazione.

Si può mitigare l’azione delle emissioni in zootecnia attraverso la loro riduzione.

Nel campo dell’energia l’agricoltura sappiamo che contribuisce con la quota delle bioenergie che si sente dire potrebbe addirittura essere aumentata. Ma sapete che quando abbattiamo un ettaro di foresta nel sud est asiatico per impiantare palme da cui ricavare l’olio che poi noi bruciamo per ricavare energia ci vogliono 423 anni affinché quell’ettaro di foresta si ricostituisca?

Questo è un altro esempio di necessità di governo, di coordinamento per ottenere un assoluto divieto di costruzione delle centrali europee a biomasse alimentate con olio di palma di importazione.

Per piantare le colture necessarie a produrre quell’olio di palma, in alcune zone del Sud-Est asiatico sono state abbattute estensioni enormi di foresta pluviale che è la nostra migliore alleata nell’assorbire l’anidride carbonica dall’aria. E’ chiaro che l’olio di palma non va solamente nelle centrali a biomasse, anzi la maggior parte è destinata a diventare grassi per l’industria alimentare, ma siccome le centrali a biomasse sono state presentate come la soluzione per impedire i cambiamenti climatici, siamo sicuri che le centrali a olio siano un’arma efficace per difendere il clima? 423 anni non sono davvero tanti per ricostituire qualcosa che abbiamo già?

Alcuni studi hanno dimostrato la tendenza per la risorsa idrica è di una diminuzione del 50% nel 2070. L’impatto atteso in Europa riguarda il Sud Europa in cui si prevede una diminuzione delle precipitazioni atmosferiche (piogge e quindi acqua) e un aumento della temperatura come confermano gli studi del Prof. Lionello. Tale situazione non è attesa nel Nord Europa.

Tale circostanza, è fonte di rischi e di opportunità. Si deve tener conto alla tipicità, ovvero delle combinazioni pedo-climatiche con la quale valutare rischi e opportunità perché e del tutto ragionevole affermare che in funzione di questa riduzione della disponibilità idrica vi sarà una riduzione delle risorse e un aumento dei conflitti per l’acqua.

Detto questo vi è da prendere in considerazione le possibili soluzioni al probabile problema della riduzione della risorsa idrica. Vi è la necessità di una gestione integrata dell’acqua in prospettiva dei cambiamenti climatici. La vulnerabilità si riduce con il risparmio idrico se noi facciamo seguire alla riduzione del 50% della risorsa idrica un risparmio del 50% della stessa risorsa avremo risolto il problema. Ma soprattutto, bisogna abbandonare l’ottica della gestione della crisi e passare alla gestione del rischio che rappresenta una strategia derivante dalle previsioni del rischio che possono essere fatte.

Vi è la necessità di aumentare la resilienza, ovvero la capacità del territorio di adattarsi rispetto allo stress esterno proveniente dai cambiamenti climatici. Esiste un menu di soluzioni, ma soprattutto vi è la necessità di creare dei sistemi che siano resistenti all’instabilità con azioni di inazione o di adattamento.

In conclusione affinché l’agricoltura rappresenti un fattore di adattamento e mitigazione dei cambiamenti climatici vi è la necessità che la collettività la consideri oltre che impresa economica anche un’impresa che fornisce servizi ambientali eco sistemici…

Antonio Bruno
 

Dottore Agronomo ed Esperto in diagnostica urbana e territoriale

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