VINO. Un bicchiere a testa toglie i cattivi pensieri!

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Dalle colonne di questo blogzine lancio la campagna per “un bicchiere a testa“. Bicchiere in senso simbolico, può essere un calice di cristallo per il vino pregiato, può essere una coppa per lo spumante dolce, può essere una tazza per il vino del contadino, può essere un bicchiere di vetro per il vino della casa. Ciò che importa è mescere una porzione giusta di vino buono a qualsiasi giovane che abbia raggiunto la maggiore età e, se possibile, anticipare ai sedici anni la soglia minima.
Il bere non danneggia l’intelligenza, non offusca la memoria, non ottunde il desiderio. Il bere vi mette in confidenza con un prodotto della natura che l’uomo elabora in cantina per servirlo sulla vostra tavola.

Il vino è un prodotto dell’agricoltura, di quello che i nostri manuali di economia definiscono il settore primario. Pensate che l’industria è il settore secondario e i servizi il terziario. Senza l’agricoltura sostenibile il nostro pianeta sovraffollato e surriscaldato non terrebbe in vita i miliardi di persone che lo abitano.
Conosco l’obiezione degli astemi. Il vino ha un certo tenore alcolico e l’alcol fa male per definizione. Tuttavia, in moderate dosi non è detto che danneggi l’organismo. Una corrente medica ritiene che un buon bicchiere di rosso aiuta in certe terapie. Il piacere in generale che ci viene da un buon bicchiere lenisce il nostro malumore, ci fa sentire meglio, con quel giusto grado di euforia che ci fa guardare il prossimo con affetto e pensare al futuro con ottimismo.
L’educazione al vino non è disciplina semplice, deve combattere secoli di pregiudizi, ha un nemico capitale nella cattiva qualità. E’ proprio così: il peggiore nemico del buon bere è il cattivo bere.

Se devo sorbire un mezzo litro di un liquido rosso alcolico che si atteggia a vino solo per il colore, ebbene quel gesto è davvero dannoso e non reca alcun piacere. Come leggere un brutto libro o seguire un film noioso. Perdi tempo e ti fai del male.
Buono, pulito e giusto è lo slogan fortunato del fondatore di Slow Food. Si riferisce principalmente al cibo, lo stesso potrebbe dirsi del vino, che deve essere buono, pulito e giusto.

Buono significa che deve piacere, avere cioè quelle caratteristiche organolettiche che superino il vaglio del nostro palato.

Pulito significa che non deve contenere fastidiosi se non micidiali additivi e conservanti. Nei corsi ci insegnano che l’anno zero dell’enologia italiana fu quello dello scandalo del metanolo. Non lo vogliamo, ovviamente, ma non demonizziamo i solfiti purché in modica quantità.

Giusto significa che deve costare il giusto, quel tanto da remunerare il produttore e la filiera che lo porta al consumatore finale. Il boccione da un litro e mezzo a pochi euro che trovi negli scaffali bassi del supermercato, quello è meglio lasciarlo perdere, ti rovini il gusto se non la salute.
Conosco l’altra obiezione. Il vino costa molto, i giovani non se lo possono permettere, certe birre e certe bevande, oltre all’acqua naturalmente, sono a buon mercato e assolvono lo stesso al compito di accompagnare il pasto. Rispondo che c’è pasto e pasto. Alcuni vanno bene con l’acqua e col frizzantino a buon mercato e dolciastro, altri proprio no.

Paghereste quel che merita un pesce pescato senza accompagnarlo ad un bianco di rango? Il buon pesce chiama il buon vino, assieme realizzano un matrimonio d’amore cui siamo lieti di partecipare.
Le associazioni enologiche che proliferano in Italia hanno varie sigle, alcune in disputa fra loro. Hanno in comune il mandato di diffondere la cultura del vino specie fra i giovani. Quando un giovane s’iscrive al corso AIS o FISAR o FIS manifesta una curiosità: conoscere i misteri della bevanda che consuma per tradizione familiare o per vocazione personale.

Il bello di questa educazione è che consiste in apprendimento continuo: più ne sappiamo e meno ne sappiamo. La varietà del vino, dei vini, è tale che si pone anche al più esperto sommelier col punto di domanda.

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