Pomodori in fusti dalla Cina. Fate sempre attenzione alla provenienza in etichetta

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La prima voce delle importazioni agroalimentari dalla Cina sono i pomodori conservati con un quantitativo sbarcato in Italia nel 2009 pari a  ben 82 milioni di chili da “spacciare” come Made in Italy. Il sequestro che in questi giorni ha visto protagonisti falsi vetri di Murano provenienti dalla Cina, sottolinea che a rischio c’è anche un altro importante simbolo del made in Italy.

Il quantitativo di concentrato di pomodoro che arriva in Italia dal gigante asiatico corrisponde – sottolinea la Coldiretti – a circa il 10 per cento della produzione nazionale di pomodoro fresco destinato alla trasformazione realizzata in Italia che nel 2009 è stata pari a 5,73 miliardi di chili. Dalle navi provenienti dall’Oriente sbarcano fusti di oltre 200 chili di peso con concentrato da rilavorare e confezionare come italiano poiché nei contenitori al dettaglio è obbligatorio indicare solo il luogo di confezionamento, ma non quello di coltivazione del pomodoro.

Ogni giorno in media arrivano nei porti italiani oltre mille fusti di concentrato di pomodoro dalla Cina che finisce sulle tavole mondiali come condimento tipico dei piatti Made in Italy .

La Cina ha iniziato la produzione di pomodoro nel 1990 e oggi rappresenta il terzo bacino di produzione dopo Stati Uniti e Unione Europea, con circa la metà del concentrato esportato proprio in Italia.  La produzione cinese di concentrati di pomodoro è localizzata nei territori di Junggar e Tarim, nella regione di Xinjiang, a nord-ovest del Paese nei pressi del confine con il Kazakistan dove operano due grandi gruppi: Tunhe, che opera dal 1993 e Chalkis Tomato.

Un protocollo sanitario specifico per il controllo del pomodoro concentrato cinese all’ingresso nei porti comunitari, l’obbligo di indicare l’origine del pomodoro utilizzato nei derivati del pomodoro e l’immediata e tempestiva attivazione del meccanismo di salvaguardia con un dazio doganale aggiuntivo come misura antidumping prevista dalla normativa comunitaria, sono le richieste formulate dalla Coldiretti, dalle cooperative agricole dell’Unci e dalle industrie conserviere dell’Aiipa per contrastare la concorrenza sleale al vero Made in Italy.

 

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