PAC 2014/20. Petrini (Slow Food) resta con l’amaro in bocca…

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Con la conclusione del dialogo a tre (tra Consiglio dei Ministri dei Paesi membri, Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo e Commissione Europea per l’agricoltura e lo sviluppo rurale) la Politica Agricola Comune verso il 2020 è stata definita in quasi tutti i suoi aspetti principali.

Possiamo affermare con certezza che la nuova PAC non ha centrato gli obiettivi che si era data, volti a orientare l’agricoltura europea in maniera “più verde e più equa”. Tanto più sono state disattese le speranze della società civile, che aveva chiesto “soldi pubblici per beni pubblici”, cioè che le risorse comuni fossero destinate a obiettivi e beni comuni.

Slow Food giudica quanto meno con freddezza gli accordi a cui si è giunti, soprattutto perché lasciano troppa discrezionalità agli Stati Membri su questioni fondamentali, come il supporto ai piccoli agricoltori, il tetto massimo e la riduzione dei pagamenti più ingenti in favore di chi riceve meno (l’80% degli agricoltori europei), lo spostamento di risorse dal pilastro riservato allo sviluppo rurale in favore di quello, già preponderante, legato ai pagamenti diretti.

«Una vera Politica Comune dovrebbe essere comune, e non interpretabile o ridefinibile a seconda degli interessi nazionali, che purtroppo generalmente vengono facilmente orientati dalle lobbies in favore di grandi produzioni e monocolture», commenta a caldo Carlo Petrini, presidente di Slow Food.

Si può parlare di “de-europeizzazione” della PAC: «É chiaro che ora la nostra azione per un’agricoltura più verde e più equa dovrà spostarsi in direzione dei Governi nazionali, per fare pressione affinché la piccola agricoltura sostenibile non sia troppo penalizzata. La partita non è affatto finita».
Per quanto riguarda il cosiddetto “greening” – le misure ecologiche da realizzare per ricevere il 30% dei pagamenti diretti – purtroppo il punto di partenza rimane debole. È una misura di principio importante, ma che nei suoi regolamenti attuativi rischia di esentare il 60% delle terre coltivate in Europa.

La mancanza di un meccanismo di monitoraggio sull’impatto che la PAC potrà avere sui Paesi poveri o in via di sviluppo, poi, ci sembra non indichi una vera volontà di porre fine a pratiche commerciali che possono influire in maniera decisa sui problemi della fame, della malnutrizione e l’affermazione della sovranità alimentare delle comunità del mondo.
I pochi miglioramenti che ci sono stati come un lieve aumento del sussidio ai giovani agricoltori o la semplificazione burocratica per le piccole aziende, non sono tuttavia sufficienti a orientare un giudizio che rimane complessivamente negativo.

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