Museo di Anatomia a Napoli

Per chi non ha fatto studi medici o affini non è sempre semplice comprendere come sia fatto il corpo umano. Magari se ne ha una idea piuttosto vaga o, in taluni casi, decisamente erronea.
Non era semplice nemmeno per i medici delle epoche più antiche e furono i celebri anatomisti del passato che piano piano, dissezione dopo dissezione, iniziarono a comprendere come funziona quella meravigliosa macchina che è l’uomo. Si pensi ai celebri studi di anatomia di Leonardo che, seppur non medico, fu uno dei pionieri della sua epoca.
Faccio questa riflessione mentre percorro i corridoi dell’Istituto di Anatomia della Facoltà di Medicina dell’Università Luigi Vanvitelli, gli stessi che ho percorso 45 anni fa da studente di medicina, come gli studenti che vedo seduti a vari banchi mentre studiano osteologia. Qualcosa è cambiato.

A noi consegnavano la replica in materiale plastico di un osso umano di cui, libro alla mano, cercavamo di memorizzare ogni dettaglio: solchi vascolari, punti d’inserzione tendinea, capi articolari, creste, condili e tuberosità. I ragazzi che vedo hanno in mano un tablet sul cui schermo visualizzano un osso che può essere ruotato a piacimento e i dettagli anatomici vengono evidenziati dal software. Il progresso avanza, non c’è che dire. Alla fine di un lungo corridoio trovo l’ingresso del Museo di Anatomia – biglietto sei euro -, uno dei più antichi al mondo.

La storia di questo museo inizia nel Seicento grazie all’opera dell’anatomista e chirurgo Marco Aurelio Severino, insigne medico presso l’Ospedale San Giacomo Apostolo, al cui posto oggi si trova Palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli. Fu il primo a mettere insieme una raccolta di reperti anatomici che nel secolo successivo vennero acquisiti da Domenico Cotugno che arricchì ulteriormente la collezione con manufatti in cera che riproducevano parti del corpo umano.

Nella prima metà dell’Ottocento l’anatomista Antonio Nanula si rese artefice dello sviluppo del Gabinetto Anatomico dell’Università aggiungendovi ulteriori modelli in cera, commissionati allo scultore Francesco Saverio Citarelli. Dopo diversi cambi di sede, nel secolo scorso, a partire dal 1985, le autorità accademiche hanno provveduto a diversi interventi di riordino, fino al 2016, per ridare agli oltre 3000 reperti, di cui alcuni di grande valore scientifico grazie alla loro unicità, una degna collocazione nel museo oggi aperto al pubblico. Più che un museo di anatomia, quello che ci è dato di vedere è soprattutto un museo della storia dell’anatomia.

Un tempo, per capire cosa c’è dentro il corpo umano c’era un solo modo: aprirlo. Gli anatomisti eseguivano dissezioni su cadavere prendendo nota di tutto ciò che trovavano e cercando anche di spiegarne le funzioni.
Con l’avvento delle tecniche per guardare in un corpo in vivo (raggi X, ultrasuoni, campi magnetici) ci si è resi conto che l’anatomia dell’essere vivente non è esattamente la stessa di quella del cadavere, e si sono scoperti numerosi dettagli che fino a prima erano sfuggiti.
Talune tecniche del passato, realizzate a scopo di studio, insegnamento e sperimentazione, non sono mai più state utilizzate e i relativi reperti rappresentano “pezzi unici” di questo museo anatomico.
Per scoprirli bisogna indugiare tra le teche e gli armadi e leggerne con attenzione il contenuto.

Sono presenti copie di strumenti chirurgici dell’epoca romana ritrovati negli scavi di Pompei e strumenti più recenti usati da grandi anatomisti del passato, ceroplastiche di parti umane in grandezza naturale (tra cui quella di un reale caso di ermafroditismo studiato nel 1853), scheletri “normali” e con deformità varie congenite e acquisite e persino un omero appartenente a uno scheletro preparato da Andrea Vesalio nel 1544 a Basilea.

Di notevole curiosità storica sono le “pietrificazioni” di Efisio Marini, scienziato della seconda metà dell’Ottocento, che con una miscela di sali metallici otteneva la mummificazione e pietrificazione di parti umane, tra cui spicca una testa femminile incredibilmente conservata.
Sul fondo della sala una serie di reperti attira l’attenzione di molti visitatori. Sono quelli delle mostruosità fetali, ben 153 reperti, di un’epoca in cui, per la mancanza di metodi d’indagine ecografica prenatale, nascevano corpicini affetti da anomalie gravissime, quasi sempre incompatibili con la vita: anencefali, ciclopi, cinocefali, sirenidi e gemelli parassiti.

Non meno prestigiosa è la raccolta di testi anatomici antichi, oltre 600, tra cui l’ “Opera Omnia” di “Galeno” in 5 volumi stampata nel 1576; “De Humani Corporis Fabbrica” del “Vesalio” stampata nel 1725; “Opera Omnia” del “Willis” stampata nel 1708; “Anatomiae Universae”, stampata nel 1823, una raccolta in folio, delle bellissime tavole anatomiche, eseguite dal Serantoni per l’anatomista Paolo Mascagni.

È un autentico viaggio a ritroso nella medicina di un tempo e nei suoi tentativi di una comprensione sempre più completa del corpo umano. Un viaggio lungo, sofferto, importante e affascinante che ripercorre gli studi dei luminari dell’epoca che si prodigarono per trasferirci le basi fondamentali della conoscenza anatomica moderna.

Roberto Pellecchia
Roberto Pellecchia

Austriaco di nascita e salernitano di adozione, coltiva da decenni la passione della fotografia e dell’esplorazione del territorio, con cinque guide di successo al suo attivo, tutte dedicate alla Campania e alle sue bellezze. Scrittore e viaggiatore entusiasta, svolge da oltre 30 anni la professione di medico come geriatra e cardiologo.

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