Incendi in Russia: in Italia s’alza il prezzo del grano. Ma l’obiettivo è l’origine del grano in etichetta

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Harvest, close up of farmer's hands holding wheat grains

Oltre a provocare incendi in centomila ettari di taiga, il grande caldo che ha colpito la Russia ha distrutto quasi dieci milioni di ettari di coltivazioni di grano (come l’intera superficie forestale italiana) provocando sui mercati internazionali un aumento record del prezzo del grano che è salito in un mese del 50 per cento al Chicago Board of Trade (Cbot), il punto di riferimento delle contrattazioni internazionali, anche se in Italia i prezzi restano però sui livelli più bassi degli ultimi venti anni.

 

Alla chiusura mensile del mercato .di fine luglio il cereale – sottolinea la Coldiretti – ha fatto registrare una quotazione di 660 dollari per bushel rispetto ai 450 dollari dell’inizio del mese, toccando così il valore più alto dell’ultimo anno. A far risalire le quotazioni mondiali sono le previsioni di un calo del raccolto dovuto alle alte temperature e alla mancanza di precipitazioni in Russia ma anche in Paesi come l’Ucraina ed il Kazakistan mentre nei Paesi dell’Est Europa come Bulgaria, Ungheria e Romania è stato invece l’eccesso di pioggia a compromettere la stagione.

 

In Italia si è verificato un calo delle superfici coltivate dell’1 per cento per il grano duro destinato alla produzione di pasta e del 5 per cento per quello tenero per il pane secondo il bollettino Agrit del Ministero delle Politiche Agricole, determinato però dai bassi prezzi riconosciuti ai coltivatori che sono scesi al di sotto dei costi di produzione.

 

Secondo i dati Ismea – precisa la Coldiretti – la campagna 2008/09 si è conclusa con prezzi all’origine diminuiti rispetto a quella precedente, del 41 per cento per il grano duro.

 

Un chilo di grano che è venduto in Italia, su valori simili a quelli di venti anni fa ad un prezzo di circa 16 centesimi per effetto delle speculazioni favorite anche dalla possibilità di spacciare come Made in Italy la pasta ottenuta dal grano importato dal Messico, Turchia o Kazakistan come purtroppo spesso accade. Il risultato è che un pacco di pasta su tre  è fatto con grano straniero ma i consumatori non lo sanno e per questo la Coldiretti chiede che venga indicata in etichetta l’origine del grano utilizzato.

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