I pomodori del passato. Le eccellenze in Campania

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Non c’è niente di più prezioso della biodiversità, ce lo ripetono da anni scienziati ed ambientalisti, ma ce lo suggerisce ogni giorno anche il buonsenso.
In uno Stivale così ricco di microclimi anche le varietà, che si sono adeguate ai singoli territori, ci regalano spettacoli di gusto che è arduo catalogare, anche se il lavoro di molte associazioni va proprio in questa direzione.
E la Campania non fa eccezione ed ultimamente sta puntando i riflettori su alcune antiche varietà che rischiavano di andare perdute.
E’ il caso del Piennolo giallo del Cilento, pomodoro dal sapore acidulo e dalla polpa spessa che veniva usato soprattutto per la sua capacità di resistere bene alla siccità. Era l’ingrediente dell’antica acquasale cilentana, ma anche dell’insalata con le alici, patrimoni culinari che sono stati recuperati grazie a persone impegnate su tutti i fronti come Assunta Niglio, la cuoca Giovanna Voria e l’agronoma Rosa Pepe.


Interessante anche la storia del Fiaschello battipagliese, varietà recuperata grazie all’Associazione Arkos – che ha avviato un progetto di crowdfunding per sostenersi – e che dopo quarant’anni di oblio ha ricominciato a vivere grazie a molti contadini custodi ed un’avviata attività di trasformazione.

Protagonista di questo filo rosso anche la Costa d’Amalfi. Sui terrazzamenti di Tramonti è tornato a raccontare la sua lunga storia il pomodoro Re Umberto, ovvero il Fiascone. Un nome regale che si ispira ad Umberto I Re d’Italia, un ottimo pomodoro da conserva, coltivato in Italia per oltre un secolo e da cui pare abbia avuto origine l’attuale San Marzano.

Dalla pianta vigorosa e dalla produzione generosa, il Fiascone trova conferme in importanti testimonianze, come le illustrazioni ad esso dedicate e presenti presso il Museo della Reggia di Napoli, firmate dall’Istituto di Agronomia Generale dell’Università degli Studi partenopea.
Seppure piccolissime le superfici che oggi vengono dedicate a queste antiche varietà, questi pomodori rappresentano l’orgoglio di chi lavora affinché resistano: dei seed savers, i conservatori di semi che ne hanno permesse il recupero, e dei contadini custodi che ne hanno permesso la rinascita.

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