E’ la distintività che rende il Mezzogiorno competitivo. Marini all’incontro dedicato al Mezzogiorno

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NAPOLI. Per creare uno sviluppo competitivo dell’agricoltura del mezzogiorno, che sia sostenibile nel tempo, è bene iniziare a parlare di “cibo” legando il prodotto agricolo ad una serie di fattori unici ed esclusivi del territorio, alle capacità distintive e alle sue risorse specifiche.

E’ quanto ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini all’incontro “L’agricoltura per il Mezzogiorno un progetto per il Paese” a Napoli con la partecipazione di migliaia di coltivatori meridionali insieme al Ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola e il presidente della Commissione Agricoltura della Camera Paolo Russo.

L’apertura delle aree di libero scambio sarà un vero dramma se avverrà senza sviluppare distintività e competitività – ha affermato Marini – nel sottolineare che occorre creare un vantaggio differenziale facendo del Sud un grande bacino per la produzione del cibo italiano di qualità e centro della dieta mediterranea.

Quando si parla della scarsa capacità di fare impresa da parte degli operatori – ha rilevato Marini – occorre considerare che è difficile fare impresa quando la competizione avviene fra prodotti agricoli di base; in un contesto, cioè, in cui la concorrenza non c’è, perché pochi soggetti detengono di fatto il monopolio della domanda.

Questo per la produzione di cibo non avviene, ma per i prodotti agricoli di base sì. Se vogliamo immettere nel sistema economico la cultura d’impresa – ha aggiunto il Presidente della Coldiretti – dobbiamo quindi parlare di cibo e di filiera nel suo complesso.

L’agricoltura può quindi – ha precisato Marini – lanciare, giocare e vincere la scommessa dello sviluppo, ma è necessario integrare il concetto di prodotto agricolo, costruendo un percorso di “sviluppo alimentare” per il Paese fondato sull’identità e sul legame con il territorio.

Tutto il contrario – ha continuato Marini – degli organismi geneticamente modificati (OGM) che spingono verso un modello di sviluppo che è il grande nemico della tipicità e della biodiversità e il grande alleato dell’omologazione.

Se è vero che il Sud non vuole diventare l’ “orto” dove si raccoglie ciò che viene valorizzato in altri luoghi, è altrettanto vero che – ha continuato Marini – il Sud non vuole neanche essere un territorio dove si costruiscono cattedrali nel deserto, che crollano al venir meno del sostegno pubblico. Nell’agroalimentare ne abbiamo tantissime. Sono una vergogna ed è un grande peccato, perché rappresentano una grande opportunità persa per questo territorio.

I progetti di filiera devono essere costruiti dal territorio e dalle imprese del territorio e non possono fermarsi soltanto alle infrastrutture materiali (ponti, strade, ecc.) di cui ampiamente già si discute perché il problema di fondo – ha proseguito Marini – sono infatti le infrastrutture immateriali come  il credito e la finanza e per questo abbiamo sostenuto con convinzione il progetto della Banca del mezzogiorno. Ma serve anche ricerca e innovazione; la formazione, quella “vera” che si realizza spendendo bene le risorse (un altro tema che riguarda tutti).

E ancora, un tema che riguarda sempre tutti: il trading. Non possiamo infatti pensare di fare impresa, se non abbiamo una classe imprenditoriale capace di confrontarsi con il mercato.

Solo quando avremo coperto il terreno su tutti questi temi (terreno oggi ancora fortemente sterile) – ha sostenuto Marini – potremo iniziare a parlare di Sud come di una opportunità importante per il Paese. Coldiretti ha intrapreso già questa strada, con un proprio progetto di integrazione che stiamo provando a realizzare in tutto il Paese perché pensiamo che la crescita del Paese debba e possa camminare sui progetti veri, e non soltanto “raccontati”.

Stiamo vivendo un momento difficile, tra i più difficili per la nostra agricoltura. I prezzi dei prodotti agricoli – ha rilevato Marini – sono precipitati e con essi la redditività delle imprese.

La situazione era ed è troppo pesante per non avviare una profonda riflessione su quale fosse il male vero da combattere. Noi della Coldiretti non abbiamo ricercato alibi nella crisi internazionale, non abbiamo attivato lo scaricabarile più comodo per trovare nella politica la causa di tutto, non abbiamo cavalcato le piazze speranzosi che questo gesto da solo potesse allentare  la  tensione nelle campagne.

La grave crisi, la politica, la giusta protesta, tutte questioni importanti – ha affermato Marini – ma questa volta il malato era troppo grave per non aggredire il problema dei problemi: l’agricoltura non guadagna perché non ha potere contrattuale nella filiera. Il potere contrattuale è un fatto economico e si recupera con progetti di carattere economico.

Se i prezzi all’origine scendono e quelli al consumo salgono, se il valore del Made in Italy viene usurpato da chi vende per italiano ciò che di Italia non ha neanche l’incarto, se tutto questo accade – ha evidenziato Marini – allora siamo noi a doverci rimboccare le maniche, perché ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che qui con le buone maniere nessuno intende restituirci nulla di ciò che ci è stato rubato, sia in termini di valore lungo la filiera che  in termini di falsa identità italiana.

Ecco il nostro progetto di filiera agricola italiana: un percorso che traguardando gli interessi di imprese e consumatori deve trovare il sostegno della politica e della società. Non c’è demagogia, non c’è populismo, non sono possibili strumentalizzazioni; nel nostro modo di fare c’è coerenza, responsabilità e attenzione agli interessi del Paese.

Siamo la principale organizzazione agricola in Italia ed in Europa e per questo abbiamo il dovere di accompagnare la protesta con una proposta concreta di lungo periodo perché siamo consapevoli che le norme della politica sono necessarie, ma non sufficienti a garantire in futuro un reddito adeguato agli agricoltori. Questo stiamo facendo, rimboccandoci le maniche con il nostro progetto operativo per una “Filiera agricola tutta italiana” che – ha concluso il Presidente della Coldiretti – ha come obiettivo combattere la delocalizzazione dando valore al territorio con l’offerta di prodotti alimentari al cento per cento italiani firmati dagli agricoltori attraverso la rete di Consorzi Agrari, cooperative (Unci-Coldiretti), mercati degli agricoltori di Campagna Amica, agriturismi e imprese agricole che hanno sottoscritto il progetto per creare le condizioni per una più equa ripartizione del valore tra gli attori della filiera.

L’AGRICOLTURA DEL MEZZOGIORNO IN CIFRE

–       Imprese agricole iscritte alla Camere di Commercio: 352mila;

–       Superficie agricola utilizzata: 47 % del territorio del mezzogiorno;

–       Le denominazioni protette: 69, di cui 45 DOP e 24 IGP;

–       Nel mezzogiorno si trovano il 60 per cento delle imprese biologiche italiane;

–      I prodotti agroalimentari tradizionali sono su 1.282 quasi il 30% (28,7) delle 4.471 totali

 (La Campania è la regione leader con 335 prodotti);

–       I vini DOCG, DOC e IGT del Mezzogiorno sono 153 pari al 31,8% dei 477 italiani.

Si tratta di 5 DOCG, di 96 DOC e di 52 IGT;

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