BIANCHIRPINIA. Degustazioni modello orizzontale, per un territorio sempre più prezioso

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AIELLO DEL SABATO (AV). 41 aziende, 41 profili, storie e realtà diverse. Così come sono tante le facce dell’Irpinia vitivinicola, sempre più dedita alla qualità, più numerosa, più giovane e attenta. Ed anche se la strada è lunga, ora le idee sono chiare. E la mente va dritta dritta ad un confronto di pochi giorni fa con Aldo D’Elia, docente di Management del Turismo all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, nonché firma tecnica de Il Sole 24 ore.

La Campania ha grandi potenzialità, è un dato di fatto, ma c’è bisogno di tempo e prima d’ogni cosa di un forte cambio di mentalità. Il turismo enogastronomico e rurale in zone di eccellenza come l’Irpinia potrà raggiungere alti livelli (come il Chianti per intenderci) solo  tra vent’anni, ma le basi si gettano adesso”, mi raccontava D’Elia.

Il pensiero ritorna spesso a questo pronostico autorevole, mentre osservo il modo in cui le nuove generazioni prendono in mano la tradizione e ne fanno strumento. Di vita, di lavoro, di futuro. Dando una grande lezione a chi ancora aspetta che qualcuno lo faccia per loro. E la parte di giovani che agisce così – non me ne voglia nessuno – si trova in agricoltura, in quel settore primario che ha costruito la forza e lo stile del marchio Made in Italy.

E se vent’anni sembrano tanti, mi rincuora pensare che però è un arco temporale in cui questi giovani potranno vedere i frutti dei propri investimenti.

E “Bianchirpinia” (firmata da Miriade & Partners) è un interessante investimento ed ha molti meriti. Dapprima aver riunito 41 aziende ed essere riuscita a creare un programma di tutto rispetto per il settore. Giornalisti, sommelier, produttori e ristoratori che hanno bisogno di raccontarsi l’un l’altro, raccogliendo una realtà che è sempre molto diversa da come può essere immaginata. Poi di aver dato l’occasione ad un pubblico settoriale di fotografare l’Irpinia delle Irpinie. Perché la Campania è giustamente percepita come terra di bianchi, ed i vini di maggiore qualità risiedono ancora in Irpinia. Sarà per quella vocazione naturale e per quella storia che l’ha resa – inevitabilmente – il punto di ripartenza per la vitivinicoltura dell’intera regione.

La rivoluzione degli anni ’90 ha poi travolto tutti, in senso positivo, dando nuova linfa ad un settore che quantizzava, senza badare né alla qualità né alla grande risorsa degli autoctoni.

Ma per fortuna eccoci qui, anno domini 2012, al termine di una vendemmia complessa per via di un clima sempre più ballerino, ma non negativa, se non in termini di produzione.

Ed eccoci di fronte ad 83 vini. Molte le conferme, soprattutto legate ai sempreverdi come Mastroberardino, Pietracupa, Colli di Lapio, Benito Ferrara, Vadiaperti. Una bella sorpresa – seppure l’azienda sia storica – l’incontro con i nuovi prodotti delle Cantine Di Marzo, ottime le bollicine di Greco, un metodo classico che potrebbe diventare un riferimento.

D’altronde i vitigni per spumantizzare non mancano, magari si potrebbe riuscire a sostituire (in loco) le onnipresenti di Valdobbiadene.

Per le aziende più giovani la speranza risiede nel coraggio di proporre vini autentici, dunque non sempre facili. Diversi – purtroppo – i  tentativi di piacere a tutti i costi, banalizzando alcune peculiarità. Ma il bilancio finale non può che essere positivo e di elogio nei confronti di una iniziativa che brilla – tra le tante – per il desiderio di incidere fattivamente nel settore, facendo scelte tecniche e non numeriche.

Occasione a cui i migliori addetti ai lavori non possono mancare, un modo per stare “a tu per tu” con i vini irpini e scegliere quali premiare, valutandoli senza intermediazioni, né influenze.

Antonella Petitti

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