L’Area del Parco Regionale del Taburno-Camposauro si presta a numerose passeggiate grazie alla natura lussureggiante del suo territorio. Talvolta, mentre ci si avventura su uno dei tanti sentieri, tra le fronde degli alberi emergono tesori storici e architettonici che ci permettono di fare un salto temporale di secoli, unendo così la passione per il paesaggio alla cultura.
Uno di questi è un tracciato di poco meno di due chilometri che si snoda da via Camposauro, nel territorio dell’attuale comune di Vitulano, in provincia di Benevento, e invita a camminare lungo il fianco della montagna. Attraversando tratti boscosi e aree di pascolo si raggiungono le rovine silenziose di una delle abbazie medievali più affascinanti d’Italia: Santa Maria in Gruptis. Questo luogo, immerso nella natura selvaggia e incontaminata, conserva un passato ricco di spiritualità e di vicende storiche civili e religiose.

La fondazione dell’abbazia risale al periodo longobardo, tra il 940 e il 944, su iniziativa di uno dei principi del ducato di Benevento, probabilmente Atenulfo II o Atenulfo III. Il sito fu scelto non soltanto per la sua bellezza naturale, ma soprattutto per la presenza di grotte carsiche che fornivano acqua, elemento indispensabile per la vita monastica e per la sopravvivenza della comunità religiosa che vi si sarebbe insediata. Il primo documento scritto che ne attesta l’esistenza risale al 1164.

Il nome stesso, in Gruptis, deriva da queste grotte: la parola richiama in latino medievale “grotta” e testimonia l’importanza geologica dell’area per la costituzione dell’abbazia.
Nel corso dei secoli l’abbazia conobbe fasi di grande vivacità e importanza. La sua funzione non fu limitata alla sola vita contemplativa: i monaci che vi risiedevano gestivano feudi, terre agricole e diritti di pascolo, diventando figura centrale nell’economia e nella vita sociale della zona.
Diversi ordini monastici si avvicendarono tra le sue mura: inizialmente i Benedettini, poi i Celestini, e successivamente gli Umiliati. Ciascuno di questi ordini lasciò tracce della propria presenza, contribuendo a modellare l’abbazia sia nell’aspetto architettonico sia nelle pratiche di vita religiosa.

Nel 1660 l’abbazia venne affidata ai monaci Camaldolesi, ma questa nuova fase di vita non durò a lungo perché nel 1688 un violento terremoto colpì l’area del Sannio, danneggiando gravemente le strutture del complesso. Dopo questo evento, la comunità monastica, indebolita e decimata dai problemi strutturali e logistici, l’abbandonò.

La situazione precipitò nel corso del XVIII secolo: il sito venne progressivamente considerato troppo isolato e distante dai principali centri abitati, e soprattutto divenne bersaglio di attacchi di briganti, che sfruttarono la sua posizione strategica sulle alture come rifugio sicuro. L’arcivescovo di Benevento, Cardinale Vincenzo Maria Orsini, futuro Papa Benedetto XIII, decise nel 1705 la sconsacrazione dell’abbazia.

Dopo la sconsacrazione, il complesso venne abbandonato definitivamente. Nei decenni successivi la struttura subì il naturale degrado dovuto al tempo, alla vegetazione e all’incuria. Tuttavia, oggi è possibile ammirare ancora ampie porzioni delle mura, tra cui la torre, il portale d’ingresso, parte delle abitazioni monastiche e il tratto delle mura di cinta realizzate in epoche diverse. Della chiesa originaria rimane soprattutto l’abside, a testimonianza della sua originaria funzione religiosa.

Oggi ci si aggira nell’atmosfera delle pietre antiche, immaginando la vita dei numerosi monaci che vi condussero la loro esistenza, scandita dai ritmi del lavoro e della preghiera.
Non è semplicemente una passeggiata, un gradevole percorso di trekking.

È un’esperienza emotiva che raccoglie l’eco di una spiritualità antica, il peso degli eventi storici e la capacità della natura di riappropriarsi dei luoghi umani, che lascia ampio spazio alla contemplazione e alla meraviglia.

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