Bisogna rituffarsi nell’infanzia, sempre che si abbia almeno sessant’anni, per ricordare la croce di San Liberatore quand’era illuminata di notte. Visibile a chilometri di distanza, faceva parte dello scenario vespertino di Salerno con una sorta di legame inestricabile con la città finché un giorno, purtroppo, si spense.

In realtà, più che di una montagna, con la vetta posta ad appena 466 metri di altezza, si tratta di una collina, ma la vicinanza al centro cittadino, appena due chilometri, lo fa apparire ben più grande.

La sua “scalata” è davvero poco impegnativa ma assolutamente da consigliare. Il paesaggio di cui si gode lascia davvero senza fiato, offrendo una visione panoramica di Salerno e del suo golfo, del tratto iniziale della Costiera Amalfitana e, verso nord, della città di Cava dei Tirreni.

La storia del Monte San Liberatore

La vetta è resa particolarmente interessante dalla presenza, oltre che della gigantesca croce di ferro alta ben 18 metri, della presenza di un eremo documentato fin dal 980 d.C.

In quell’anno una monaca di nome Susanna chiese al vescovo di Salerno, Giovanni II, il permesso di utilizzare la chiesa, verosimilmente eretta nel secolo precedente, come monastero femminile, funzione che conservò per oltre tre secoli. Verso il 1300 le suore vennero trasferite a Salerno ma la chiesa rimase attiva fino agli inizi del XVII secolo e ristrutturata diverse volte.

Nel corso del Seicento la struttura venne abbandonata e fu abitata solo occasionalmente da qualche eremita che si curava della manutenzione, sopravvivendo grazie alla coltivazione di minuscoli appezzamenti di terreno.

Durante la Seconda Guerra Mondiale le truppe alleate ne sfruttarono la posizione strategica quale base per l’artiglieria pesante.

Nel 1954 la città di Salerno venne colpita da una terrificante alluvione che fece centinaia di vittime.

L’evento funesto colpì profondamente l’imprenditore salernitano Vincenzo Adinolfi, proprietario di diverse sale cinematografiche della città, che fece erigere sulla cima del San Liberatore la grande croce luminosa che irradiò la sua luce per anni.

Successivamente a causa un guasto elettrico la città rimase privata della luce della “sua” croce e per anni ne è stata invocata la riparazione, resa complicata sia dall’appartenenza del monte a ben tre comuni, sia per il fatto che la gestione territoriale è di pertinenza delle Ferrovie dello Stato dall’epoca della realizzazione delle prime gallerie ferroviarie.

La chiesa e l’eremo vennero invece restaurati tra il 2008 e il 2009.

L’accesso dalla frazione di Cava de’ Tirreni

Venendo ai giorni nostri, la poco impegnativa ascesa alla cima del Monte San Liberatore si può effettuare da vari punti, ma quello che permette il maggiore avvicinamento in auto è dalla piccola ma suggestiva frazione di Alessia di Cava de’ Tirreni.

Si parcheggia ai piedi di questo piccolo borgo di case antiche addossate le une alle altre, separate da viuzze dal sapore medioevale e strette intorno alla chiesetta dedicata all’Arcangelo Raffaele. Superato il paese si devia sulla destra e si arriva a una piccola radura dove inizia il sentiero vero e proprio.

Tra piccole soste e scatti fotografici la salita non risulta faticosa, anche perché l’intero percorso, tranne un primo tratto che attraversa un bosco di macchia mediterranea, è estremamente panoramico.

Salerno e Vietri sembrano a portata di mano, Cetara e Erchie sono appena un po’ più distanti, l’azzurro del Golfo di Salerno si dispiega davanti ai nostri occhi e nelle giornate chiare permette di vedere fino a Punta Licosa.

La parte iniziale dei lattari si snoda verso ovest e, una volta arrivati sulla sommità, ci viene regalato un bel panorama anche sulle vallate dell’interno, con bella vista della città di Cava. Poco prima di arrivare si passa davanti a una piccola cappella, detta “della Pietà”, vicino alla quale è stata eretta una croce.

Di ben altre dimensioni è invece la croce di ferro che si trova poco dopo sulla vetta, di grande imponenza. Un’epigrafe ne ricorda la donazione da parte del commendator Vincenzo Adinolfi nel 1955. Non è infrequente trovare in cima qualche mucca al pascolo, quasi a ricordarci che siamo all’inizio dei monti Lattari.

L’antica chiesa, già monastero, purtroppo è quasi sempre chiusa da un cancello al fine di proteggerla da atti vandalici e furti purtroppo già avvenuti in passato. Ciò tuttavia non sminuisce la bellezza di questa passeggiata di grande impatto storico e paesaggistico, molto amata da tutti i salernitani.

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