MONITOR ORTOFRUTTA 2012. Ancora “oscuro” il concetto di sostenibilità per il consumatore medio

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MILANO. E’ stata presentata, nell’ambito della giornata di studio sul tema “La sostenibilità nuovo paradigma per il sistema ortofrutticolo. Aspetti ambientali, economici e sociali”, la 13° edizione del Monitor Ortofrutta 2012, curato da Roberto Della Casa – docente dell’Università di Bologna – per Mercati di “Mark up”, il mensile edito dal Gruppo 24 ORE che si occupa dei trend e degli scenari del retail.

Il rapporto analizza gli impatti economici, ambientali e sociali della sostenibilità nella filiera ortofrutticola – un tema di grande importanza vista la sempre maggiore richiesta di qualità da parte dei consumatori – attraverso un’indagine condotta su duemila responsabili acquisti a livello nazionale.

Sebbene si tratti di un argomento di rilievo, si tratta sicuramente di un fronte ancora da consolidare: il 42% del campione, infatti,  non sa indicare, da solo, il significato di prodotto “sostenibile”, e di fronte ad alcune indicazioni possibili, il 70% associa al termine un generico rispetto dell’ambiente, mentre sono assenti riferimenti agli aspetti sociali.

Si tratta quindi di un concetto sfuocato che genera adattamenti semplicistici nell’acquisto e nel consumo di frutta e verdura.

Se si prende ad esempio in considerazione l’elemento del prezzo – infatti – si evidenzia come sia tra i primi fattori che interessano il consumatore durante l’atto di acquisto: questo elemento, tuttavia, perde peso se si considerano prodotti con una connotazione di origine o di canale di vendita diretto, in particolare nel comparto ortofrutticolo rispetto all’alimentare in generale.

Tuttavia alla domanda “Secondo Lei cosa significa che un prodotto alimentare è sostenibile?”, a livello spontaneo il 7% dichiara un prodotto con prezzi adeguati o bassi, mentre se si pone la stessa domanda sulla frutta e verdura la percentuale cala al 3,8%: il concetto di “sostenibilità”, quindi, presenta elevate connotazioni individuali (il prodotto è sostenibile se lo è anche per le mie tasche).

In generale il Rapporto ha approfondito l’analisi per verificare cosa significa – a livello spontaneo per il consumatore – che un prodotto alimentare è “sostenibile”: se si parla di frutta e verdura, il termine viene meno associato agli aspetti economici e anche, stranamente, meno al pilastro ambientale, trasferendo l’attenzione soprattutto sui temi della salubrità del prodotto, del metodo di coltivazione rispettoso dell’ambiente e delle caratteristiche fisiche del prodotto in genere.

Complessivamente, il 42 % del campione non sa rispondere relativamente al significato di prodotto sostenibile: un aspetto interessante se si tiene in considerazione che molte aziende dell’industria alimentare stanno puntando su questo concetto, mentre quasi la metà della popolazione non ha idea e non sa spiegare cosa significhi addirittura la parola in sé.

Nell’ambito degli acquisti di frutta e verdura, emerge con sempre maggior prepotenza il fenomeno dei “Farmers’ Markets”: a spingere l’acquisto attraverso questo canale sono la fiducia (conosci la zona, sai che ti puoi fidare), la percezione che il prodotto sia più buono (ma più buono rispetto a cosa non è ben chiaro) e più gustoso. Solo al quarto posto si trova il buon prezzo e il rapporto qualità prezzo.

Il 75% del campione di intervistati ha acquistato frutta o verdura a livello locale negli ultimi 6 mesi, in particolare il 37% ha comprato da un Farmers’ Markets e chi non vi ha acquistato dichiara che le motivazioni sono che non ne conosce uno nelle vicinanze o è troppo lontano.

L’attenzione all’acquista da “filiera corta” non coincide con una maggiore attenzione allo spreco (il 43% ammette di sprecare frutta e verdura): tuttavia il 63% di chi spreca dichiara di aver preso misure in modo da risolvere il problema e il 55% di questi utilizza il metodo di “ridurre le quantità acquistate”.

Nel complesso, nella testa dell’italiano medio emerge poca fiducia nel futuro del gusto della frutta, in particolar modo per quella prodotta in serra, mentre prevale l’idea bucolica di un progressivo ritorno a coltivare il proprio orto per contrastare la progressiva globalizzazione del settore ortofrutticolo, che motiva in modo plausibile il ritorno a gran forza del locale.

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