Maldive isolaQuando si parla di luoghi di mare paradisiaci, uno dei primi nomi che viene in mente è “Maldive”. Ma è ancora così? O è cambiato qualcosa?
Le Maldive posso essere ancora considerate il paradiso perduto alla portata di tutti?
Parliamone.
Sono stato alle Maldive la prima volta nel 1991.
Soggiornavo in un villaggio turistico sull’isola di Velassaru (atollo di Male Sud) dove arrivai in un tardo pomeriggio di aprile, poco prima del tramonto.
Ricordo l’emozione della prima volta che entrai in acqua con maschera e pinne.
A pochi metri dalla spiaggia, seminascoste tra coloratissimi blocchi corallini, vidi due murene gigantesche. Avevano la testa enorme e una lunghezza che sfiorava i due metri.
Quando tornai la volta successiva, nel 2007, di murene giganti non c’era più traccia.
Nessuno le ha mai viste più.
Ed erano cambiate anche altre cose.
Dalla vegetazione di molte isole spuntavano gigantesche antenne telefoniche e ogni maldiviano era fornito di un cellulare che usava quasi ininterrottamente.

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A Male, la capitale posta su un’isola del diametro di tre chilometri, erano comparse centinaia di motociclette, macchine e anche molti SUV che avevano preso il posto delle biciclette di un tempo, creando un traffico insostenibile per un’isola così piccola.
Anche sott’acqua qualcosa stava cambiando.
I coralli della barriera stavano iniziando a perdere la loro colorazione variopinta, effetto dell’aumento della temperatura, si diceva.
Ma arriviamo ai giorni nostri, al 2017.
Il 31 marzo di quest’anno sono ripartito alla volta dell’arcipelago per girare tra gli atolli con una grossa barca.
Avevo sentito della grande sofferenza della barriera corallina australiana, data ormai ufficialmente per “morta”, e mi chiedevo, durante il volo, in che condizioni avrei trovato quella maldiviana.
Anche stavolta, come 26 anni prima, mi sono tuffato mezz’ora dopo il mio arrivo, ma stavolta guardare con la maschera sott’acqua e avvertire come un colpo allo stomaco è stato tutt’uno.
Lo scenario era tanto devastato quanto sconfortante: quasi ovunque coralli bianchi e grigi, privi di vita, in parte frantumati, in parte scheletri protesi nell’acqua, in ricordo di una vita ormai scomparsa.

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Pesci, molto più impauriti che un tempo, quasi smarriti, cercavano di arraffare le ultime briciole di cibo tra il corallo morto.
Di isola in isola, di atollo in atollo, la distruzione che vedevo non lasciava spazio all’ottimismo: la barriera corallina maldiviana è in coma, in attesa di una non lontana morte definitiva.
Né sopra la superficie dell’oceano la situazione è migliore.

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Male è ormai una città di casermoni e grattacieli, ma ciò che sconvolge maggiormente è lo snaturamento delle isole piccole, quelle con un diametro di appena due o trecento metri.
Lagune colmate con cemento per guadagnare superficie, edifici sgraziati a più piani, e ancora motocicli a dozzine, per inutili percorsi di pochi secondi, status symbol di maldiviani che non muovono più un passo per coprire risibili distanze isolane.
Volendo, potete ancora trovare la vostra fettina di paradiso in qualche isola turistica ben tenuta, pulita a bella posta per la soddisfazione dei turisti, per non pensare troppo al surriscaldamento planetario che sta distruggendo i mari, e alla stupidità umana che rovina tutto il resto.
Ma sappiate che le Maldive sono state fortemente snaturate.
Se inseguite il sogno esotico di un paradiso incontaminato, non è più lì.

Roberto Pellecchia

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