In viaggio con Roberto. A Calcata nella Tuscia Tiberina

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Calcata non la si può immaginare finché non la si vede: un grumo di case, addossate le une alle altre, che ricopre la sommità di un costone tufaceo ripido e inaccessibile andandone a completare il profilo verticale, un borgo imprendibile e nascosto tra le valli e le colline della Tuscia Tiberina, in provincia di Viterbo.
A vederla dalla strada, prima di entrare in paese, ci si chiede con quale coraggio gli abitanti avessero costruito le case fin sul ciglio del burrone e, soprattutto, come facessero ad affacciarsi dalle finestre senza soffrire di vertigini.
Una sorta di istmo roccioso, facilmente difendibile, ne costituisce l’unica via di accesso, il che rende comprensibile perché nell’Alto Medioevo, in un’epoca turbolenta che vedeva l’alternarsi di eserciti e dominatori, gli abitanti avessero deciso di erigere la loro piccola cittadina in un luogo così remoto e particolare.

Fu la famiglia Anguillara, nel Duecento, a realizzarvi un castello e le mura di cinta, ma la posizione impervia e nascosta fece sì che Calcata rimanesse comunque sempre ai margini della storia senza grandi sconvolgimenti.
La posizione sul ciglio della parete tufacea ricorda non poco la più famosa Civita di Bagnoregio, a cui è accomunata dallo stesso destino recente di morte e resurrezione.
L’erosione delle fragili pareti tufacee e il verificarsi di continui crolli spinse infatti la popolazione a lasciare il paese sin dagli anni Trenta del secolo scorso, complice la disagevole lontananza dai centri e dalle vie di comunicazione più importanti, tanto che nell’immediato dopoguerra, spopolata e senza più prospettive, ne fu deciso l’abbattimento.
Per un a sorta di miracolo, dovuto un disguido amministrativo, la distruzione non venne attuata e gli ultimi abitanti si trasferirono nel nuovo paese, Calcata Nuova, che intanto era stato costruito a circa due chilometri di distanza.


Per quasi un trentennio le case arroccate sulla roccia rimasero vuote e silenziose finché, a partire dalla fine degli anni Sessanta, il paese che sembrava uscito dalla scenografia di un’antica fiaba attirò l’attenzione di alcuni artisti, intellettuali e artigiani, che lo videro come un locus amoenus in cui potersi rifugiare da una società che, in maniera sempre più pressante, prediligeva accalcarsi nelle metropoli e amava il consumismo.

Un po’ alla volta, casa dopo casa, avvenne un lento ripopolamento che ha permesso la conservazione del borgo fino ai giorni nostri.
Un breve e stretto accesso stradale conduce fino alle mura del Castello degli Anguillara; da qui, attraverso un’unica porta monumentale, si può entrare nel centro abitato, ma naturalmente solo a piedi.
L’emozione accompagna il percorso da subito; dopo l’ariosa piazzetta su cui si affaccia la seicentesca chiesa del Santissimo Nome di Gesù, inizia un vero e proprio labirinto di viuzze e slarghi, archi e sottopassi, che in più punti conducono sul margine della rupe circondata dal bosco.

L’esplorazione del piccolo centro urbano viene resa ulteriormente gradevole dalla presenza di piante e fiori che abbelliscono delicatamente muri, finestre e gradoni. Anche le piccole botteghe, per lo più di artigiani e artisti locali, regalano note di colore e vivacità.
Al di là del castello e della chiesa, le costruzioni di Calcata hanno le caratteristiche dell’abitato povero, con l’eccezione di qualche portale decorato, e sembrano tutte attaccate tra di loro, alternando ambienti abitati a cantine, minuscole grotte e quelle che anticamente erano piccole stalle.
È un emozionante salto nel tempo, dove mura e pareti, spesso coperti di licheni rossi, gialli e verdi, raccontano una storia antica, quella di uno dei più suggestivi borghi “naturalmente fortificati” d’Italia.


Bella di giorno e magica di sera, la visita va fatta tributando al luogo la giusta calma e la lentezza; Calcata Vecchia copre una superficie di appena un ettaro, tanto vale gustarne ogni scorcio dimenticando il tempo, qui dove il tempo si è fermato.
E quando gli occhi saranno sazi di tanta bellezza il consiglio è di fermarsi a una delle piccole trattorie del borgo che costituiranno un giusto, goloso premio finale.

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