C’erano una volta le calcare, forni che venivano costruiti quasi sempre in prossimità di ruscelli o torrenti per la produzione della calce, utilizzata sia come malta, sia per l’intonacatura esterna degli edifici.
Chi vi lavorava doveva avere grande esperienza, doveva far costruire la fornace a regola d’arte, saper scegliere le pietre calcaree da utilizzare, accendere un fuoco idoneo che doveva raggiungere una temperatura tra gli 800 e i 1000 gradi e che doveva rimanere acceso per più di una settimana.
Il fornaciaio doveva poi valutare il grado di maturazione della calce ed estrarla dal forno, un’operazione delicata e pericolosa perché la calce, a contatto con l’acqua reagiva violentemente (calce viva) e poteva provocare ustioni gravi. Messa in apposite fosse veniva irrorata d’acqua ottenendo così la calce spenta che rappresentava il prodotto finale.
Le calcare erano molto diffuse dato che quasi in ogni paese ce n’era almeno una e oggi ne ritroviamo i resti in molte località di mare o di montagna, a testimonianza di lavori che l’uomo ha svolto in maniera quasi identica per secoli e secoli.
Fanno parte del nostro territorio, della nostra memoria storica e andrebbero tutelate come reperti di archeologia pre-industriale, testimonianza del duro lavoro manuale di un tempo passato
Lo stesso dicasi per i mulini, dato che la produzione della farina era alla base del sostentamento della popolazione. I mulini erano quasi tutti ad acqua ma, a differenza delle tradizioni costruttive nordiche, quasi tutti i mulini del meridione d’Italia erano a ruota orizzontale, secondo uno schema già in uso in epoca romana.
L’acqua, d’altra parte, era un elemento indispensabile anche per faenzere, cartiere, ferriere e per qualsiasi tipo di produzione per cui, anche con l’arrivo dell’epoca industriale, gli stabilimenti produttivi sorgevano nelle immediate vicinanze dei corsi d’acqua, dove l’acqua serviva sia per la spinta idraulica delle macchine, sia per la lavorazione della materia prima.

Cos’è rimasto di questo antico mondo produttivo?

Molto, anche se purtroppo spesso poco o per nulla valorizzato, quando non addirittura inghiottito dalla natura che si è ripresa gli spazi che anticamente le furono sottratti dalle attività umane.
In Campania vi è una ricchissima presenza di costruzioni e manufatti che testimoniano le attività lavorative di un tempo, da quelle del periodo borbonico a quelle medioevali, romane o ancora più antiche.
Alcune sapientemente valorizzate, come le Seterie Borboniche di San Leucio (CE), altre abbandonate a sé stesse e allo scorrere del tempo, eppure affascinanti per il loro valore storico, antropologico e monumentale.
Spesso ci si imbatte in esse quasi per caso, altre volte, grazie a una sorta di passaparola, diventano mete di percorsi escursionistici dedicati, oltre che alla natura, alla memoria storica di quell’ “Homo faber” che col suo ingegno ci ha portato dall’età della pietra fino alla nostra epoca.

Nelle immagini alcuni esempi:

1) Antico torchio oleario del Trecento, ancora funzionante, a Ortodonico, frazione di Montecorice (SA)


2) Calcara lungo la Costiera Amalfitana, nel territorio di Maiori (SA)


3) Officina di fabbro, borgo-castello di Calitri (AV)

4) Frantoio oleario, borgo-castello di Calitri (AV)


5) Ruderi della Ferriera del Savone, Teano (CE)


6) Ferriera Perazzo, parzialmente restaurata, Morigerati (SA)


7) Vecchio mulino del fiordo di Furore (SA)


8) Raro esempio di mulino a vento, Montecorice (SA)

***foto di copertina

9) Mulini ad acqua di Sessa Cilento (SA)


10) Valle dei Mulini di Gragnano (NA)


11) Mulino sul rio Lapis a Montecorice (SA)


12) Mulino sul fiume Calore a Castelcivita (SA)


13) Seterie di San Leucio (CE)


14) Grande tino in pietra a Casignano (CE)


15) Valle delle Ferriere ad Amalfi (SA)


16) Villaggio dei Mulini alle sorgenti dell’Auso, Sant’Angelo a Fasanella (SA)

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