Cronaca di una gita fuori porta. Nicola, Rocco e Sabato sul sentiero “Frezzo” dei Monti Lattari

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SALERNO. L’appuntamento è a Ravello, con Rocco e Sabato, in una domenica mattina  con tutte le previsioni meteo che non fanno sperare niente di buono. E’ aprile, primavera inoltrata, al più ci si busca un po’ di pioggia, non abbiamo voglia di ritornare sui nostri proponimenti, quindi, si va!

Ci raggiunge l’amica Marina, di Ravello (fortunata!), ci consiglia il sentiero “Frezzo”,  un caffè insieme, poi ci fa da guida, in auto, sino a Scala. Alla frazione di Santa Caterina imbocchiamo la stradina che conduce all’inizio del sentiero.

Parcheggiamo l’auto, ci si cambia le scarpe, calziamo gli scarponi da trekking, indossiamo gli zaini, ci armiamo di bastoni, salutiamo Marina (che ci “sola”, nonostante il meteo avverso, opta per una giornata al mare, in una delle numerose calette nei dintorni di Amalfi), infine ci si incammina per il sentiero.

Sono le dieci, un ritardo di quasi un’ora rispetto ai propositi, 545 metri sul livello del mare, tale è la quota di partenza. Sabato con la sua “tecnologia” conferma. Dopo poco, salendo, sulla nostra destra un  recinto con una moltitudine di pecore (“o jazz”, mi dice, da buon lucano l’amico Rocco), il montone esce dal gruppo, ci fissa, impettito, mi chiedo se non abbia ascoltato qualche nostra battutaccia.

Poco sopra il cane pastore, tutto bianco, ci abbaia, la catena che lo “tiene” si tende e oscilla nervosamente. Sino a quando siamo in vista, continua a far bene il suo compito. Proseguiamo determinati, il sentiero è ben tenuto, gli scalini in pietra, in pochi tratti, qualche piccolo smottamento, risultato di un inverno lungo e piovoso.

In lontananza il ronzio monotono degli attrezzi dei boscaioli. Lungo il sentiero, ai lati, le tracce del loro duro lavoro. E’ passata mezz’oretta abbondante, “800 metri!” dice Sabato, dando un occhio al marchingegno al polso sinistro. “Là! Dei fagiani!”.

Mi volto, alla mia destra, scendo qualche metro, esco dal sentiero, m’inerpico, ne vedo uno (il maschio) tra i cespugli e la roccia, subito dopo l’altro, un maschio e una femmina, niente di più “diverso”, dimensione e colori nel piumaggio li differenzia non poco.

Armo la macchina, riesco a scattare una foto, poi scompaiono, hanno la particolarità di essere “pedoni”, si nascondono nella macchia, e si acchiocciolano nel fitto degli arbusti, solo con i cani, costretti, spiccano il volo, niente paura.

Tra l’altro, siamo bene armati, di Nikon, niente Beretta! Si riprende, dopo un po’ guardo su, intravedo la statuetta della Madonna, a tratti scompare, per la foschia che velocemente ascende lungo i lati della vallata. Poco dopo, entro in quello stato in cui non si avverte più la fatica, proseguo.

Sabato davanti, Rocco dietro, ci si distanzia di pochi metri, qualche battuta, silenzio, si ascolta la natura. Ancora una volta noto che, i Monti Lattari, hanno questo che li caratterizza, per la loro posizione e morfologia, la quasi inesistenza d’inquinamento acustico, che, invece, molto percepivo sul Pizzo S. Michele (1.500 msl circa).

E’ evidente che l’inesistenza di autostrade e strade ferrate, ed il fatto di avere il mare a destra ed a sinistra, li isola e li “proteggono”. Mi viene in mente un lontano progetto di realizzare una strada ferrata “sui monti Lattari”.  Spero vivamente che resti nel dimenticatoio sino al completo oblio! Altrimenti sarò costretto a sostituire la Nikon con un Kalashnikov! Con questi pensieri, e respirando a pieni polmoni, giungiamo. Il sentiero gira intorno al promontorio, a mo’ di abbraccio, dove è la Madonna del Monte. Quota 1.045 metri, Sabato conferma.

Sono le 11,00. Sulla nostra sinistra si apre una radura, ampia, con prati di un vivido colore verde, ancora a sinistra si ergono le strutture. Quella più grande con tetto spiovente, ci giriamo intorno, perlustriamo il luogo, alla ricerca di una delle porte che ci permette di entrare.

Come da giuste indicazioni dateci da Marina, Sabato individua il locale. Vi entriamo, mi accuccio alla bocca del camino, bramo dal desiderio di accendere un fuoco, pochi minuti ed eccoti il tepore, poi il caldo intenso, metto ad asciugare gli indumenti. Nello zaino, con forte disappunto, non ho trovato il “ricambio”, sebbene l’avessi preparato ieri sera, sudato com’ero, avrei rischiato un bel raffreddore.

Ci ristoriamo, ci dissetiamo, passeggiamo nei dintorni, “scopriamo” – a un livello inferiore – al lato est della costruzione grande, una cisterna sotterranea con volta in muratura, piena d’acqua, limpida, ma sulla quale galleggiavano tre “immancabili” buste di plastica, le abbiamo prese, le porteremo giù con noi al ritorno.

Si è fatto mezzogiorno, è l’ora di rientrare, spengiamo il fuoco, saliamo sul promontorio, le foto di rito, ognuno con i propri pensieri, volge una preghiera alla Madonna del Monte, e ci s’incammina per il sentiero. Rocco, esce dal percorso, segue quello tracciato dai muli, “sono animali intelligenti, se fanno un percorso diverso, deve essere quello migliore!” dice.

Lo sperimento insieme con lui, difatti la terra battuta è più soffice, attutisce di più il “passo”, sollecita meno le giunture, così lo seguo. Il sentiero originale, fatto con pietre, mi risulta effettivamente più duro, e ne risento, faccio maggior fatica, ed al grido di “o’ mulo, mulea!”, muliano tutti e due. Sabato, imperterrito prosegue per la “retta via”. Quarantacinque minuti dopo siamo all’auto. Stanchi ma rinfrancati, pronti a ingerire i carboidrati al ragù fumanti che ci aspettano sulle rispettive tavole familiari.

Nicola Pirozzi

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