E’ il protagonista indiscusso dell’estate: parliamo del gelato che mette sempre d’accordo tutti, grandi e piccini. Del gelato sappiamo quasi tutto. Gli Arabi portarono in Sicilia lo “sbarbat”, composto da neve dell’Etna e delle Madonie, il nome italiano sarà “sorbetto” e nel 1694 il marchigiano Antonio Latini, chef napoletano, pubblica la prima ricetta del sorbetto al latte.

Il sorbetto si trasformerà in gelato col palermitano Procopio Cutò che in Francia diventa per assonanza “conteau” e Procopio de’ Coltelli nel 1686 a Parigi apre il Cafè Procope, oggi trasformato in un elegante ristorante, dove mise a punto la mantecatura del gelato.

Un procedimento che oggi avviene con l’utilizzo della meccanica e delle industrie, ma rimane un procedimento alla base della produzione del gelato. Meno nota, è invece la storia del cono gelato, nato dall’inventiva italiana.

Il primo a brevettarlo oltre oceano, negli Stati Uniti, è stato Italo Marchioni, nato a Peajo di Vodo di Cadore, in provincia di Belluno, poi emigrato in America. La storia recente non conferma a Marchioni la paternità del cono gelato, ma di certo a lui va attribuito il merito di aver presentato nel 1903 il brevetto, registrandolo come un apparato per ottenere piccole tazze di cialda, con tanto di manico, adatte a contenere il gelato.

Da metà Ottocento i gelatai originari delle Dolomiti, emigrati oltre oceano, iniziando a portare in giro in tutta Europa, in particolar modo nella monarchia asburgica, le tazze di cialda contenenti gelato. Il cono ancora non esiste, i gelati vengono consumati in contenitori da riutilizzare, soprattutto bicchieri di vetro. In alcune nazioni, come l’Austria e la Germania, ci si portava il bicchiere da casa, mentre, i ricchi avevano le loro coppette da gelato in porcellana.

Col tempo le coppette di vetro venirono fornite dagli stessi gelatai, che nella stragrande maggioranza dei casi erano ambulanti ed usavano un carrettino refrigerato per portare in giro il loro prodotto e la scorta di stoviglie pesava e occupava posto. I clienti, non potevano allontanarsi molto dall’ambulante perché dovevano restituirgli il contenitore. Si sente l’esigenza di utilizzare qualcosa di comodo e trasportabile. In Francia iniziano ad usare coni di metallo o di carta, in Austria il gelato si versa in un cartone quadrato di una decina di centimetri, una gelateria di Vicenza utilizza grandi foglie di vite opportunamente raccolte e lavate per l’uso. Nulla però di questo è ancora commestibile.

I primi a pensare ad un contenitore che poi si potesse mangiare sono gli americani. Antonio Valvona, brevetta negli USA un apparato per fare coppette di gelato mangiabili. Anche se è difficile attribuire la reale paternità del cono gelato. Nel 1904 alla fiera di Saint Louis, nel Missouri, sono in molti a disputarsi l’alloro dell’inventore del cono gelato. In primis siriani, libanesi e turchi. In ogni caso il cono commestibile è stato inventato e brevettato e in pochi anni viene esportato in Europa.

Una delle prime notizie di coni gelato in Italia risale all’inizio degli anni Trenta, quando un produttore ungherese li importa a Trieste. Proprio a Trieste in questi anni si inizierà ad utilizzare i primi porzionatori rotondi a pallina, che il gelatiere Antonio Zampolli, si faceva portare dai marinai americani in arrivo nel porto cittadini. Negli anni successi i gelatieri veneti adottarono il porzionatore, mentre i siciliani rimasero fedeli alla spatola.

Maria Rosaria Mandiello

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