CARNE: variarne la scelta, NO all’allevamento intensivo. Per la nostra salute…

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Quando diciamo che “siamo ciò che mangiamo“, non pronunciamo altro che una grande verità. Ma per mettere in pratica questa affermazione bisogna domandarsi sempre da dove viene ciò che è nel nostro piatto.
Ma se siamo diventati più resistenti agli antibiotici, esponendoci a epidemie influenzali o a malattie come: il cancro, il diabete, l’ ipertensione, l’ obesità e patologie cardiovascolari, causate da un esagerato consumo di grassi e proteine animali, non ci stiamo di certo alimentando correttamente.
Queste sono le conseguenze del consumo di carni provenienti da allevamenti intensivi, alle quali si aggiungono altri danni, che danneggiano il lavoro dell’uomo.
Allevamento intensivo significa diminuzione di spazi di terra destinabili alla produzione di alimenti per il consumo umano e significa altresì aumentare il numero di terreni adibiti alla produzione dei mangimi per animali.

Come ridurre l’impatto ambientale della carne?

Tra le buone pratiche, si potrebbe provare a metterne in atto qualcuna. Innanzitutto, cercare di non mangiare sempre e solo carne, basando la propria dieta anche su alimenti vegetali che ne sostituiscano le proprietà (come i legumi e i semi oleosi), aiuterebbe a ridurre l’eccessivo consumo del mercato.

Per gli allevatori invece, sarebbe consigliabile favorire gli allevamenti a ciclo chiuso, utilizzando il letame come concime. Infine, si potrebbe pensare di promuovere politiche agricole incentivando l’allevamento sostenibile, ecologico, di razze locali e che sia orientato a mercati di vicinanza, disincentivando così il modello intensivo.

Ma in quale altro modo può contribuire l’uomo nella vita di tutti i giorni?

Ebbene, anche variare la scelta del tipo di carne all’atto dell’acquisto, ha una grande importanza.
Stando ai dati sul consumo italiano della carne nel 2009, abbiamo: il 49% di carne suina, il 25% di carne bovina, 21% di pollame, 10% di carni come cinghiali, conigli, selvaggina e l’1% di carne ovina, con un altro 1% di carne equina.
Dunque in Italia a dominare il mercato sono i bovini e i suini ed è proprio questo sbilanciamento che favorisce lo sviluppo degli allevamenti industriali. Questo stesso discorso vale per i tagli: un manzo non è fatto solo di filetti e lombate!

Tutte le parti che non vengono acquistate, diventano scarti da buttar via e quindi degli sprechi. Consideriamo che un bovino vivo pesa 700 chili: i tagli da lombata rappresentano 35 chili, mentre quelli da filetto solo cinque o sei.
Dove finisce tutto il resto? La risposta la si può immaginare…

Quanti tipi di carne esistono?

E’ giusto sapere anche che le carni si dividono in: rosse, bianche e scure.
Le carni rosse, cui appartengono bovini adulti, pecore capre, agnelli, cavalli e bufali, sono ricche di mioglobina, la proteina che trasferisce ai tessuti sia minerali che ossigeno.
Le carni bianche, a differenza delle precedenti, sono poco ricche di mioglobina e sono conosciute anche come carni rosee. Comprendono bovini giovani, maiali e animali da cortile come anatre, polli e oche.
Infine, le carni scure, o nere, sono facilmente riconoscibili per il loro colore rosso scuro, dovuto all’intensa attività delle fibre muscolari che si arricchiscono di ossigeno. Appartengono a questa categoria tutta la selvaggina da pelo (cervi, cinghiali, lepri) e da penna (fagiani, pernici e quaglie).

Federica Caiazzo

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