Cantina Coppola. Da Veronelli alle vigne, un’antica storia salentina

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GALLIPOLI (LE). Essenziale, telegrafico, poetico, vero: “Al vignaiuolo ignoto. I vini contadini, migliori. Piccolo il podere, minuta la vigna, perfetto il vino; più facile ed ingiusto, averlo ignorato, il vignaiuolo”, è l’incipit del Catalogo Bolaffi dei Vini d’Italia. Il Gotha dei Vini di Luigi Veronelli. Erano i primi anni ’70, non era apparsa ancora in libreria nessuna delle guide ai vini che oggi conosciamo e Luigi Veronelli era già il maestro riconosciuto della critica enogastronomica intelligente.

In quel Catalogo, Veronelli segnala con lode due vini della Cantina Coppola di Gallipoli. Sono passati oltre quarant’anni da quelle recensioni, ma i vigneti dei Coppola sono rimasti gli stessi, dei veri e propri cru, tanto da ripetere: “piccolo il podere, minuta la vigna, perfetto il vino”. I cru, i vigneti vocati, sono tracciabili anche storicamente, infatti, documenti d’archivio attestano che la nobildonna Laura Cuti – sposando nel 1489 Orsino Coppola – portò in dote la tenuta Li Cuti, oggi come allora coltivata a vigna e ancora di proprietà della famiglia Coppola.

Con Gino Veronelli l’amicizia è iniziata alla fine degli anni ’60, quando girava l’Italia per assaggiare i vini da recensire sul Catalogo Bolaffi e nelle trasmissioni televisive, come la famosissima A Tavola alle 7, condotta assieme a Ave Ninchi. Fu entusiasta del Doxi, del Rosato Lacrima di Terra d’Otranto e del Rosso, che nel 1983 è diventato Li Cuti Rosso, dopo l’assegnazione della Doc Alezio. Gino scrisse delle descrizioni organolettiche molto pignole e belle, che hanno costituito un codice per le successive degustazioni”.

Così inizia l’incontro con Carlo Antonio Coppola, memoria storica della Cantina Coppola e padre di Giuseppe e Lucio, attuali proprietari dell’azienda. Il dottor Coppola, ottantatré anni, diplomato nel 1948 in agronomia ed enotecnica in quella che allora era la massima istituzione scientifica in questo campo, ossia la Scuola Enologica Umberto I di Alba.

Da allora – oltre a varie pubblicazioni e a molteplici incarichi istituzionali – si è sempre dedicato ai due rami imprenditoriali di famiglia: la vitivinicoltura e l’ospitalità (il primo agricampeggio del Salento è stato creato dalla famiglia Coppola, oggi è La Masseria Camping*).

Durante il nostro incontro, il discorso è saltato da un secolo all’altro. Dal 1400, quando Orsino Coppola si stabilì in Salento, al 1800, quando l’ingegner Giovanni Coppola fondò Spartaco, un notevole settimanale di cultura, politica ed economia; dal 1600, secolo in cui operò Giovanni Andrea Coppola, pittore di gran fama, al ‘900 caratterizzato dalla genialità eclettica dell’ingegner Niccolò Coppola; agli anni Settanta, segnati dall’amicizia con Luigi Veronelli, fino ai nostri giorni con la conduzione aziendale del figlio Giuseppe e la collaborazione di Giuseppe Pizzolante Leuzzi, enologo.

Un’intervista che è diventata incrocio di microcosmi, memorie storiche, ricordi personali e di notizie di cultura enologica di grande interesse. Ci vorrebbe un libro intero. Impossibile riassumerne la complessità, ci concentriamo per ora sulle considerazioni e memorie enologiche.

Con Veronelli abbiamo passato ore indimenticabili, venne a trovarci molte volte, e durante qualche estate degli anni Settanta, passò con noi anche un mese intero. Me lo ricordo ancora, pantaloni corti e camicia a fiori, grande cultura e conoscenza dei vini e della vitivinicoltura. Organizzavamo concorsi di cucina e degustazioni, che lui conduceva, con grande interesse dei turisti. Si innamorò dei nostri vini, di Gallipoli e del suo mare. Invitato da lui, andai prima a Milano e poi nella sua casa di Bergamo Alta, partecipai a riunioni con i migliori vignaioli di ogni regione italiana (ricordo tra gli altri il friulano Paolo Rapuzzi, il valdostano Enzo Voyat, Armando Botteon, esperto in legislazione vitivinicola), in particolare per studiare delle proposte per superare le carenze delle normative CEE in merito ai vini di qualità che non rientravano ancora nelle Doc. Insisteva con ragione sulla teoria dei cru, cioè della valorizzazione dei territori altamente vocati alla coltivazione di un determinato vitigno, teoria e pratica ancora valide. Noi abbiamo seguito le sue indicazioni, che erano anche le indicazioni di mio padre Niccolò: non abbandonare i vigneti, vinificare le proprie uve, possibilmente secondo il vigneto di provenienza”.

La Cantina Coppola iniziò a imbottigliare nel 1948, nell’agosto di quell’anno mi diplomai, e a fine anno imbottigliammo il rosato Lacrima di Terra d’Otranto. Attualmente curiamo 17 ettari di vigneto. Tre sono i cru di provenienza: Li Cuti, Patitari e Santo Stefano, che rientrano nel territorio della Doc Alezio, comprendente i comuni di Gallipoli, Sannicola, Tuglie, Alezio. Le uve rosse sono le classiche di questo territorio: Negroamaro e Primitivo, affiancate da due varietà bianche scelte dopo attenti studi: Vermentino e Sauvignon. Tengo fede a ciò che mi consigliò mio padre: se vedi che le cose vanno bene non allargarti per trasformarti in commerciante, altrimenti perdi tutta la tradizione che ho cercato di costruire. C’è una nobiltà profonda nell’essere viticoltori, o vignaiuoli, come diceva Veronelli, utilizzando un termine desueto ma poetico e pregnante”.

“I miei figli Giuseppe e Lucio, che ora conducono l’azienda, rappresentano la diciottesima generazione familiare di vignaioli. Dal 1489 conduciamo la Cantina con il nome dei Coppola, ma si potrebbe risalire anche oltre attraverso la famiglia Cuti. Orsino Coppola, il nostro avo che si stabilì in Salento, era un commerciante, trasportava dalla Sicilia a Gallipoli i tronchi di castagno che servivano per la costruzione delle botti. La moglie Laura Cuti portò in dote gli otto ettari del vigneto Li Cuti, situato nell’agro di Sannicola. Sono stato l’estensore del disciplinare della Doc Alezio, per documentarmi sulla storia enologica di questo territorio feci delle ricerche e scoprii che furono, con molta probabilità, i monaci basiliani (celebri per la loro perizia in agricoltura) a portare i primi sarmenti, esattamente dalla Turchia, terra da cui erano probabilmente fuggiti a causa della dominazione bizantina che esigeva l’iconoclastia. La chiesetta di San Mauro fu una florida abbazia basiliana attorno al Mille e si trova non distante dai nostri vigneti. Il territorio dall’arco ionico-gallipolino è una parte del Salento molto particolare per il microclima, molto ventoso, siccitoso, dove l’influenza benefica del mare dona specificità ai prodotti della terra e in particolare alle uve e in conseguenza al vino. Questo non è il ‘solito’ Salento, ma un Salento nel Salento, dove gli aspetti positivi del clima e del terreno sono, se non migliori, diversi”.

Nell’ambito della viticoltura abbiamo apportato delle novità significative, in particolare – con la collaborazione di due studiosi del calibro di Antonio Calò e Angelo Costacurta – la selezione e la valorizzazione del Negroamaro Cannellino, un clone dal grappolo non compatto che impedisce la formazione dei marciumi durante la maturazione e che ha una quindicina di giorni di anticipo sulla maturazione, anticipando un periodo solitamente critico in Salento; la sperimentazione e la valorizzazione del Vermentino, che qui, nell’arco ionico-gallipolino, assieme al Sauvignon, trova terreni e microclima favorevoli come nessuna delle varietà bianche finora sperimentate. Un’intuizione mi venne dal ricordo dei vigneti di Châteauneuf-du-Pape, nella zona del basso-Rodano in Francia, che visitai nel ’52, caratterizzati da un terreno molto ciottoloso. L’idea fu quella di far scassare con un macchinario la roccia affiorante di tre ettari del vigneto Santo Stefano, rendendo la roccia (che lì è di uno spessore di circa 60 centimetri) in ciottoli e permettendo alle viti di arrivare alla terra argillosa sottostante. Gli aspetti positivi di questo lavoro si possono notare in giugno, in quel periodo le viti lì piantate sono più verdi rispetto all’altra parte del vigneto, soffrono di meno il caldo e la siccità, grazie alla protezione dei ciottoli e la penetrazione in profondità nel terreno”.

Penso che l’azienda Coppola abbia contribuito alla conservazione e alla valorizzazione di questo territorio, sia con la viticoltura sia con la preservazione e l’ampliamento di zone boschive di una parte della costa ionica, zone naturalistiche dove gestiamo l’agro-camping. Ma anche con il primo restauro in Salento di un frantoio ipogeo, nel centro storico di Gallipoli, e con la sua valorizzazione culturale e turistica. Un progetto realizzato in collaborazione con l’associazione Galllipoli Nostra. È diventato un esempio per altre località salentine. Dare profondità storica nell’ambito della cultura dell’olio è importantissimo in Salento e soprattutto a Gallipoli, che nel ‘700 fu la piazza dove si decideva il prezzo internazionale dell’olio e il porto da dove partivano le navi dirette in tutta Europa. Mi piacerebbe vedere inaugurato al più presto il Museo Coppola, dedicato a Giovanni Andrea Coppola, dove saranno esposte anche le ventidue tele donate dalla nostra famiglia. Vorrei infine evidenziare la conduzione familiare della nostra azienda agricola e turistica, in cui io e i miei figli siamo affiancati da mia moglie Maria, onnipresente e operosa, dalla scrupolosa e puntuale Paola – moglie di Lucio – che conduce l’ufficio di direzione, da Annarita – moglie di Giuseppe – essenziale durante gli incontri, i convegni e le degustazioni, e da Nicolò, giovanissimo nipote, che si affaccia nella conduzione agronomica”.

Ho cercato di raccontare la storia enoica della nostra famiglia e il contributo che ho dato nella storia recente, invece il racconto dei vini in produzione oggi – i Bianchi: Li Cuti e Rocci (che – ricordiamolo – è il primo Negroamaro vinificato in bianco); il Rosato Li Cuti; i Rossi: Doxi, Li Cuti, Patitari; e il Passito Tafuri – lo lascio fare a miei figli e all’ottimo enologo Giuseppe Pizzolante Leuzzi. Dei nostri vini posso dire che parlano della nostra terra e della nostra storia”. Interrompiamo il dottor Coppola per ricordargli che Veronelli usava proprio questa definizione per i vini dell’azienda. E lui conclude: “Avendolo conosciuto bene, penso che se fosse in vita lo farebbe ancora. Ed è per me il miglior complimento”.

“Via via scendendo fino a Capo di Leuca. Lì comincia la Magna Grecia. A sud del Sud…”, così scriveva del Salento il grande Carmelo Bene. Questo sud del Sud ci dona da millenni e ancora oggi grandi narrazioni e grandi vini.

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