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La Madonna delle Galline. Una storia suggestiva di fede, al sapore di carciofi
Un grosso portone di legno. I pugni che bussano, invocano. Poi l’ingresso. Il rituale è pronto come ogni anno. La Madonna esce alle sei del pomeriggio di Venerdì (25 Aprile), come da tradizione, il primo venerdì dopo Pasqua, ornata di colombe.
I Tammorrari e i fedeli aspettano con trepidazione. E’ il momento dei canti, i primi dedicati alla Vergine, con un rituale che si ripete fino a sera inoltrata. Il sacro e il profano si fondono già dal sabato, quando i toselli allestiti in vari punti della cittadina si riempiono di gente e i balli diventano vivi. Ma il rito religioso, quello che abbraccia i cittadini fino a confondersi totalmente nella magia e nella potenza della festa, è quello della domenica in albis.
All’alba le vie di Pagani sono già impregnate dal tipico odore dei carciofi, distesi lungo i barconi, le terrazze, persino per strada. Il tipico struscio pasquale rivive e diventa fitto, tanto che per tutta la giornata è praticamente impossibile attraversare corso Padovano se non prima di un’ora. Tutt’intorno è un brusio di pulcini, urla e botti che scandiscono il gran giorno.
“A’ maronna iesce è nnove e s’arritira a calata e l’ora”: così, alle nove, dalla chiesa della Madonna delle Galline, parte la processione per le strade della città, fino a sera. A spiegarlo è il canto tradizionale della “figliola”, quello che i devoti tammorrari invocano nella danza scandita dagli strumenti tradizionali. Canti antichissimi che si rifanno al rituale del corteggiamento, storie popolari, vino e pelli di tammorre che vibrano in una catarsi sacra e pagana.
La statua coperta di uccelli e volatili, con il pavone appollaiato alla base, dalla chiesa attraversa il cuore della Pagani popolare, attraversano i luoghi storici di Pagani. Ed è qui in questi quartieri storici che la processione si anima e si respira devozione. La gente mostra i lenzuoli più belli ai balconi lasciando cadere al passaggio della Vergine sul suo capo petali di rose.
Intorno alle tre del pomeriggio la Vergine arriva “sulle palazzine”, i colori e le detonazioni dei fuochi pirotecnici risuonano nell’aria, la gente anima le strade. Dopo poche ore le danze che dureranno fino all’alba del lunedì si scatenano lungo Corso Ettore Padovano incentrandosi in Villa Comunale, qui gruppi di devoti e cultori della tradizione popolare giunti da ogni dove danno vita allo spettacolo spontaneo della tammorra e delle nacchere,accompagnati dai balli caratteristici. Intanto i paganesi hanno smesso di mangiare.
Il menù fisso è ricco di vino, con un primo scandito dal ragù (immancabile è lo schizzo di salsa sulla camicia), un secondo a base di capretto e immancabili i carciofi arrostiti. Quando il buio comincia a calare le strade diventano fitte dal passeggio delle persone. La Madonna si avvia alla conclusione del suo lungo viaggio cittadino, ma prima fa tappa in Piazza Sant’Alfonso, dove la tradizione vuole che il padre redentorista consegni una coppia di galline così come fu fatto secoli fa dal patrono Sant’Alfonso, devoto della Madonna. Mentre la Vergine, riconoscente, ricambia il dono con due colombe.
La sera è ormai calata e il suono delle nacchere e delle tammorre risuona nell’aria e nei toselli. Ogni angolo è espressione del grande legame dei paganesi con questa festa. Ogni anno Pagani cerca di vivere intensamente questa festa, ricordando un personaggio simbolo come Franco Tiano, devoto alla Vergine. Dopo la maratona di festa, all’alba del lunedì, i cantori tammorrari depongono gli strumenti ai piedi della statua della Vergine, invocando la grazia. Supplica e invocazione. L’eco della voce risuona nel silenzio dell’alba. “Madonna r’e galline, miettice ’a mana toia”. E cala così il sipario su un altro anno, su un’altra festa, su nuove speranze.



