Lo sfogo di Sorbo sul nuovo Piano Casa della CampaniaQuando è troppo si spera nella contestazione…a rischio tante zone agricole

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La giornata non era cominciata nel migliore dei modi. Un amico mi chiama sconfortato al telefono e mi invita a dare uno sguardo al nuovo Piano Casa della Campania (legge regionale n.1/2011). Stento a crederci, ma ancora una volta in questa regione si persevera diabolicamente: vogliono dare risposte ai problemi occupazionali spianando la strada all’industria del cemento, soprattutto in quel che rimane delle zone agricole, che dovrebbero essere destinate alla sola produzione di cibo; un vincolo che dovrebbe essere uguale a quello previsto per le aree destinate alle attività industriali, ma che in questo caso è derogabile per gli usi più svariati.

Sono amareggiato ma – per fortuna – riesco ancora a incavolarmi e decido di scrivere un articolo che vorrei fosse pubblicato sul sito di Slow Food Campania. Non è possibile che proprio la nostra Associazione rimanga in silenzio di fronte a un attacco così devastante alle aree agricole e, soprattutto, a quei contadini che ancora resistono in campagna, sempre più espropriati del diritto a coltivare la terra a vantaggio di chi vuole solo valorizzare la rendita parassitaria.

Prima di scrivere mi richiama il solito amico: “Hai letto l’articolo di Petrini su la Repubblica di oggi?”. Corro a leggerlo ed è come una liberazione per me. Finalmente una parola chiara, lontana da ogni ambiguità, sul consumo smodato di suolo in Italia.

Ma nello sfascio la Campania si distingue in peggio. Con la l.r. n.1 del 5 gennaio scorso si ripropone una operazione già tentata nel 2005 con la l.r. n. 16 sul governo del territorio, poi ritirata perché riconosciuta come una “distrazione”: grazie all’introduzione di un nuovo comma all’art.44 di questa legge, nei comuni dove è ancora in vigore il Programma di Fabbricazione, nelle zone agricole si applicheranno i limiti di edificabilità previsti dal DPR n.380/2001,” prevalenti su ogni diversa disposizione contenuta nel citato strumento urbanistico generale”.

Il significato di questa disposizione? Da oggi in circa 150 dei 550 comuni della Campania, sono cancellate le previsioni urbanistiche dei Programmi di Fabbricazione per le zone agricole, dove invece sarà possibile ogni sorta di intervento edilizio. In particolare, sono aboliti il lotto minimo su cui è possibile costruire e ogni limite alla edificabilità dei suoli previsto a livello locale. In base alle norme del DPR n. 380/2001 sarà viceversa possibile realizzare in queste aree nuove costruzioni nel limite della densità massima fondiaria di 0,03 metri cubi per metro quadro e, in caso di interventi a destinazione produttiva, la superficie coperta potrà arrivare a un ventesimo dell’area di proprietà, qualunque sia la sua estensione.

La norma può essere interpretata in senso più o meno restrittivo, ma per diversi responsabili di uffici tecnici comunali sarà possibile, ad esempio, costruire su 10.000 mq un immobile produttivo con una superficie di 500 mq, senza limiti di altezza!

Il rischio speculativo è nella definizione stessa di impianti produttivi data dall’art. 1bis della legge n. 447/2001 che semplifica le procedure di insediamento di tali attività. In pratica, chiunque sia produttore di beni o servizi, potrà ottenere il permesso a costruire senza particolari limiti alle altezze e alle distanze: dal commercio all’artigianato, dalle professioni liberali ai servizi di intermediazione finanziaria, dalle attività alberghiere ai servizi di telecomunicazioni. Sarà dunque possibile costruire di tutto, anche una sala bingo o un club per il “bunga bunga”.

Se questo è il modo di governare il territorio, la Campania può indossare la maglia nera dello sviluppo insostenibile.

La nostra regione ha il primato di zone sottoposte a vincolo paesistico ma con questa legge si è sancito il laissez faire su tanta parte del restante territorio regionale che costituisce la risorsa primaria su cui fondare uno sviluppo economico armonico e duraturo.

A essere investiti da questo rischio sono soprattutto i territori più fertili, ma anche quelli cd. marginali, dove già pesano fortemente un eccessivo frazionamento della proprietà fondiaria e una forte emorragia di addetti nel settore agricolo, con inevitabili contraccolpi ambientali, relativamente all’assetto idrogeologico, ed economici: il prezzo dei terreni in diversi comuni lieviterà in modo esponenziale, così da impedire proprio agli imprenditori agricoli di ampliare e ristrutturare le proprie attività produttive.

L’Unione Europea, lo Stato e la stessa Regione Campania hanno investito ed emanato norme per tentare, con strumenti spesso inadeguati, una ricomposizione fondiaria che assicurasse livelli minimi di redditività alle imprese agricole, ma in questo marasma di contraddizioni l’unico risultato certo è lo sperpero di suolo e la devastazione del territorio.

Credo che la misura sia davvero colma ed è ormai indispensabile che Slow Food difenda il lavoro di chi coltiva la terra oggi, ma soprattutto domani. La multifunzionalità degli agricoltori s’è trasformata in pluriattività, dove è ammesso tutto e il contrario di tutto, tranne che coltivare e allevare. I piccoli agricoltori trovano sempre più conveniente vendere case e terreni agli immobiliaristi mentre i grandi proprietari si stanno trasformando in produttori di energia. Non è questo il futuro che possiamo auspicare!

 

 

 

 

Nicola Sorbo

Fiduciario Slow Food Volturno

19 gennaio 2011

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