Libera Feola. Storia di resistenza contadina vesuviana

LIBERA FEOLAdi Annatina Franzese
Incontro Libera Feola in un caldo pomeriggio di fine luglio, sul calar del sole, nel suo terreno al rione Malatesta, a Somma Vesuviana.
Arrivo all’appuntamento con il mio taccuino e molte domande, ma mi basta che lei inizi a parlare per capire che non avrò bisogno di nessuno dei due.
Libera si occupa di agricoltura naturale, ovvero di un’agricoltura biologica, poco invasiva ed attenta alla stagionalità, proprio come hanno fatto sua madre e suo padre, i suoi nonni e tutta la famiglia di coltivatori da cui discende.
Tra le prime donne vesuviane a partecipare al Salone del Gusto di Slow Food, dopo un periodo di allontanamento dal mondo agricolo dovuto all’affermarsi della grande industria ed al venir meno degli antichi valori, Libera è ritornata alla campagna quando ha incontrato sulla sua strada Genuino Clandestino.
Insieme a questo movimento nazionale di anime contadine, che trova la sua esplicazione campana in Corto Circuito Flegreo, ha ricominciato ad occuparsi di agricoltura di base cioè di quella agricoltura dell’autoproduzione tipica degli anni ’30 e ’40.
Una contadina vecchia maniera dunque, rispettosa del territorio, dell’essere umano, ma soprattutto rispettosa della vita e del suo senso.
Nel moggio e mezzo di terreno di sua proprietà dal potere fortemente catartico, nel cuore del Parco Nazionale del Vesuvio coltiva, senza l’utilizzo di alcun prodotto tossico o diserbante, diverse cultivar di albicocche vesuviane, prugne, cachi, noci e pomodorino del Piennolo. Tra le sue diverse passioni, oltre alla cucina tipica locale, la trasformazione di marmellate e confetture.
In questi anni Libera, che lamenta la mancanza in Italia di una legislazione in grado di tutelare la piccola agricoltura, ha intessuto una fitta rete di clienti che si recano direttamente da lei, a casa o in campagna per acquistare i suoi prodotti, talvolta chiedendole di raccoglierli.
Pur considerando ancora lontani i tempi dell’aggregazione trai gli agricoltori del Sud e poco comune tra gli stessi il senso dell’associazionismo, la contadina resistente ha trovato nei principi del “buono, pulito e giusto” di Slow Food dei compagni di viaggio.

ALBICOCCA VESUVIO (1)

Attualmente è tra i 15 piccoli produttori che compongono il Presidio dell’Albicocca del Vesuvio (o meglio, della “Vecchia varietà albicocche del Vesuvio”) nato nel luglio 2017 nell’ambito del progetto IPark presidio e cittadinanza, teso alla valorizzazione ed alla promozione del territorio all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio.
Forte, lavoratrice, di cultura, lontana da padrini e padroni, ma soprattutto Libera, perché se è vero che in nome omen è vero dunque che il destino di questa donna, non potrebbe essere in altro modo segnato.

ALBICOCCA VESUVIO (2)

Lo scopo del Presidio dell’Albicocca del Vesuvio, di cui è presidente Gaetano Romano, è quello di sostenere i diversi ecotipi storici presenti in tutta l’aria di produzione che va dal territorio vesuviano all’agro nolano.

I terreni ove si coltivano le albicocche sono vulcanici e prevalentemente sabbiosi.

La raccolta delle albicocche avviene tra giugno e luglio ed è una raccolta manuale. I nomi sono curiosi, tra le più ricercate vi sono: la Boccuccia o Prevetarella (liscia o spinosa a seconda della ruvidità della buccia e dal sapore leggermente agrodolce), la Vitillo (grossa e tonda, apprezzata per la produzione dello sciroppato), la Pellecchiella (considerata una delle migliori per il sapore particolarmente dolce e lo straordinario profumo).