L’oscuro segreto di San Michele. Il Fosso del diavolo e la Casa dell’Orco

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SAN MICHELE DI PRATOLA SERRA (AV). Parlare di S. Michele vuol dire, per me, parlare delle radici, dei miei posti, dell’altra me. Quella me che è rimasta lì, tra il verde delle colline che si fa nero terra, e poi diventa altura e paesaggi di ulivi, di viti e noccioli. Il mio piccolo borgo sorge a circa  450 metri s.l.m. e prende il nome dalla chiesetta, situata al centro del paese, dedicata al Santo Patrono.

La frazione è immersa nel verde ma è, allo stesso tempo, adiacente alle vie di comunicazione più importanti. Agli occhi dei “forestieri” potrebbe apparire un trascurabile paesino di montagna, invece nasconde un misterioso ed oscuro segreto. In località Bosco Cavaliere  si erge una costruzione megalitica chiamata dolmen oppure menhir. Si tratta, secondo gli studiosi, di una testimonianza preistorica. Sarebbe, infatti, assolutamente equiparabile agli antichi monumenti funerari che le popolazioni dell’epoca neolitica costruivano e delle quali sono presenti esempi sia in Europa che nel Sud Italia.

La giurassica costruzione è costituita da tre grosse pietre, alte circa 5 metri e larghe 2, infisse nel terreno una dietro l’altra. Altri blocchi sono sepolti dalle radici. La tradizione, tramandata dalle antiche generazioni, racconta che, proprio da quel punto, avesse origine il fosso del diavolo, un solco torrentizio nel quale regnava un gigante, con umane sembianze, avvezzo ad aggressioni e sacrifici di sangue ai danni di poveri pastori e contadini.

La leggenda del pastore Silpa (rielaborata da Maria Leone Padula in “Tartarino” del 1960)  narra proprio delle malefatte del gigante Cronopa, tiranno delle terre del “fosso”, ucciso dal Pastore Silpa e del triste destino di quest’ultimo che,  celebrato dai poveri sudditi del Gigante, dopo essersi dimenticato della moglie Mitulpa, sbranata dai lupi, si lasciò morire di fame e sete. Si racconta che, anche in tempi non molto lontani, gli abitanti sentissero urla terribili provenire dal fosso del diavolo, soprattutto durante le notti di tempesta.

Questa è la leggenda, mentre la triste realtà è che, ancora ad oggi, non sono state effettuate accurate indagini archeologiche che ne possano appurare la genuina appartenenza storico-sociale. Per giunta la Casa dell’Orco non è visitabile, in quanto situata in una proprietà privata. Auspicabile sarebbe, allora,  l’apertura al pubblico di questo luogo, antico ed incantato, patrimonio di tutti. A noi “Sanmichelesi”, invece, questo mistero appartiene intimamente come il Bosco che lo nutre e lo culla da tempo immemore.

E la terra della Casa dell’Orco, quella stessa terra che ha imprigionato  il preistorico mistero, regala delle rigogliose viti all’azienda vinicola che vi dimora e che produce degli ottimi vini DOC. Indovinate come si chiamano!? I vini della “Casa dell’Orco” , ovviamente.

 

Gabriella Petruzziello

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